Aspettando il Mercato coperto

Dentro ogni cinico, vi è un idealista deluso (George Carlin)

Ho appena dato una veloce occhiata alla parte superiore del Mercato coperto, incuriosito dalla scritta “Chiuso per trasferimento” incollata sulla serranda del pescivendolo di Piazza del Circo. Effettivamente sono in corso i lavori di allestimento dei banchi sulla terrazza e, a breve, sembra che questa parte di lavori del mercato sarà finalmente terminata, anche se con più di quattro anni di ritardo rispetto alle previsioni.

Non mi sembra di vedere un fermento analogo nei due piani inferiori, a dispetto del fatto che i lavori sembrano conclusi da tempo. Da quello che ho capito, per la parte interna del Marcato Coperto si attende che si manifesti l’interesse di uno o più privati che completino i lavori relativi alle nuove superfici di vendita e poi gestiscano l’intero complesso immobiliare. Detto altrimenti, il Comune di Perugia ha investito sei milioni di denaro pubblico nella ristrutturazione dell’edificio nella convinzione che l’iniziativa privata avrebbe fatto prima o poi la sua parte ma, purtroppo, questo ancora non è accaduto e chissà quando accadrà.

Fossi nel Sindaco Romizi incomincerei a prendere in considerazione un piano B, mentre se fossi all’opposizione comincerei a chiedere conto di questa scelta[1], considerato come quello che è accaduto e sta accadendo non era poi così difficile da prevedere. Di seguito provo a spiegare il perchè.

All’epoca in cui mi occupai della riqualificazione di questo edificio, tra il 2002 e il 2012, tutti gli esperti di investimenti immobiliari consultati, sia italiani che europei, concordavano su un punto: solo un intervento con una massa critica di almeno 10 mila metri quadri di superficie di vendita avrebbe potuto fare concorrenza alla sterminata offerta commerciale localizzata nella periferia della città. Solo a queste condizioni vi sarebbero state delle aspettative di profitto in grado di stimolare l’iniziativa privata[2].

Senza dubbio molte cose saranno cambiate da allora, ma temo che i margini per un investimento privato nel Mercato Coperto si siano ulteriormente ridotti. Guardando al ruolo della “concorrenza”, lo scenario non è certo migliorato: dal 2012 in poi, le nuove aree commerciali realizzate nelle zone periferiche della città non hanno fatto altro che crescere. Anzi, a dare retta ai comunicati stampa, pare che cresceranno ancora[3]! Intorno a queste nuove realizzazioni in periferia sono poi stati realizzati parcheggi, svincoli, rotonde, insomma tutto quello che consente di arrivarci comodamente in macchina[4]. Di converso il centro storico non ha aumentato la sua accessibilità automobilistica perché, al di là delle (cattive) intenzioni di tanti imbonitori, lo spazio stradale del centro di Perugia è quello che è.

Se invece guardiamo ciò che può offrire il Mercato Coperto dopo i lavori di ristrutturazione, non credo di sbagliarmi di molto affermando che non sarà possibile “mettere a reddito” più di 3 mila metri quadrati di superficie di vendita. Ma non è solo una questione di quantità ma anche di qualità. Se è vero che il Mercato coperto è un “monumento”, con una bella atmosfera e in una posizione paesaggisticamente invidiabile, si tratta comunque di un edificio concepito negli anni ’30 del novecento, caratterizzato da spazi commerciali di profondità molto limitata e con una selva di pilastri a poca distanza l’uno all’altro[5].

Insomma, considerate le evoluzioni dello scenario complessivo e le caratteristiche dell’edificio, così come è stato concepito dall’ufficio tecnico comunale, ho dei forti dubbi che il Mercato coperto tornerà ad assumere il ruolo che ha occupato in passato in questa città. Allo stesso modo, sono molto pessimista sul rilancio del Centro Storico che l’amministrazione della città ha inteso associare al successo di questo intervento [6]. Temo piuttosto che, terminati i lavori dopo anni d’attesa, ci accorgeremo che tutto resterà come prima, con qualche amarezza in più e qualche illusione in meno [7].

In questa città si sente la mancanza di molte cose e ciascuno ha il suo personale cahier de doleance. Dal mio punto di vista, questa vicenda del Mercato Coperto mette in evidenza due gravi mancanze che riguardano le sue istituzioni, intese come il corpo politico e amministrativo che “regna” a Palazzo dei Priori. Innanzitutto manca una capacità d’intervento che vada oltre la realizzazione della singola opera pubblica. Si fa molta fatica a cogliere una strategia complessiva che coordini i lavori pubblici con l’insieme dell’azione amministrativa della città e tutto sembra esaurirsi nel compimento del processo di realizzazione dell’opera, tra l’alto sempre in ritardo rispetto alle previsioni. Gli interventi, poi, vengono programmati senza prendere in considerazione la loro vita nell’arco del tempo e questo, non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista sociale ed ambientale.

Manca poi, da decenni oramai, una cosa che si chiama urbanistica. Urbanistica significa innanzitutto visione d’insieme. Non ha senso immaginare un rilancio del Centro storico se, al contempo, crei le condizioni perché tutti gli investimenti pubblici e privati si dirigano altrove. Non ha senso prefigurare nuove soluzioni di mobilità, per esempio il Minimetrò o altri servizi di mobilità alternativi all’auto, se non sono coerenti con lo sviluppo urbanistico ed edilizio del territorio. Non ha senso realizzare una città per singoli interventi edilizi senza pensare allo spazio pubblico che deve integrarli l’uno all’altro.

Pur essendo lontano, come estrazione politica, dalla maggioranza che amministra la città, al momento dell’insediamento del centro-destra, ho sperato che, dopo anni di dominio senza alcuna alternanza della sinistra, si sarebbe percepita una discontinuità. Come ho avuto già modo di argomentare su questo Blog, più o meno a partire dalla metà degli anni ’80, le giunte di sinistra si sono distinte per una gestione del territorio dissennata. In un contesto di rallentamento del ciclo economico e demografico dopo i famosi “Trenta gloriosi”, l’urbanistica perugina ha puntato, imperterrita, sull’espansione, la dispersione, il decentramento funzionale e la mobilità privata su quattro ruote. L’esperienza del centro-destra non ha modificato i tratti salienti di questo approccio. Dopo alcuni anni, è ormai evidente che in questo campo l’esperienza politica delle giunte Romizi non abbia portato nessuna innovazione di rilievo rispetto alla precedente stagione politica.

Evidentemente essere conservatori questo significa, mantenere lo status quo, qualunque esso sia.

 



[1] Credo che sia possibile affermare che una parte del successo di Romizi alle elezioni del 2014 sia da collegare alle continue polemiche relative all’intervento al Mercato Coperto, inizialmente promosso da Boccali, e al ruolo che al ballottaggio ebbero le liste civiche che si erano formate in opposizione a quel progetto. Non a caso il Vicesindaco della prima giunta Romizi era Urbano Barelli, il responsabile di Italia Nostra che guidò l’opposizione al Project financing di Nova Oberdan.

[2] Va infatti chiarito subito che anche per la Giunta Boccali non vi era alcun dubbio che l’operazione avrebbe dovuto compiersi attraverso un partenariato pubblico-privato. La logica era quella ben collaudata negli anni dal centro-sinistra: cambiamento di destinazione d’uso delle aree tramite variante al Piano regolatore, creazione di valore immobiliare, partecipazione pubblica all’investimento tramite questa nuova dotazione di capitale.

[3] https://www.perugiatoday.it/attualita/collestrada-ampliamento-centro-commerciale-comune.html. Notare l’occhiello: “La giunta Romizi: investimento poderoso, opportunità da cogliere”

[4] Questi nuovi spazi commerciali sorgono nello spazio indistinto a bassa densità e compattezza dove prospera l’automobile e fallisce ogni possibilità di accesso efficace ed efficiente con il mezzo pubblico. Ma neanche l’accessibilità ciclistica o quella pedonale sono prese in considerazione, benché tutte le nuove realizzazioni commerciali degli ultimi tre decenni sono collocate nelle zone pianeggianti della città.

[5] Il Mercato Coperto è uno dei primi esempi di struttura in cemento armato a Perugia. La maglia traversale dei pilastri come sa bene chi ha parcheggiato al piano terra dell’edificio supera a malapena la larghezza di una macchina.

[6] L’intervento del Mercato Coperto va visto in sinergia con quello adiacente degli “Arconi”, con la realizzazione della nuova Biblioteca. Anche in questo caso oltre ad attenderne l’apertura da alcuni anni, nutro qualche dubbio sulla gestione di questo nuovo spazio. A chi sarà affidata e quale sarà il modello di funzionamento? Sarà pubblico o privato? Sarà un’iniziativa stabile o un progetto a termine finanziato con fondi regionali/europei?

[7] Si tratta di un “film” già visto a S. Francesco al Prato con l’Auditorium, per l’intervento a Monteluce e di tanti episodi di ristrutturazione edilizia sparsi nel centro storico, tutti promossi da investimenti pubblici. Nessuno di questi interventi, preso singolarmente o nel loro insieme, ha innescato nessun processo di rigenerazione urbana. È quello che mi attendo che accadrà anche a Fontivegge dove la costellazione di piccoli interventi promossi dalla Giunta Romizi, tra l’altro non indimenticabili dal punto di vista architettonico,  non cambieranno certo il volto di un quartiere sfigurato da una serie d’interventi edilizi uno più scadente dell’altro.

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Qual è l’obiettivo/2

thread su vaccino

Come è possibile vedere nella serie di tweet riportati sopra (datati, appositamente), l’utilizzo dello strumento della vaccinazione di massa, nell’ottica di una strategia complessiva di risposta alla pandemia, è oggetto di discussione e può assumere diversi contorni.

Chiarire la strategia d’azione che un governo adotta per risolvere un problema è determinante per due motivi: efficacia e trasparenza.

Dal punto di vista dell’efficacia è necessario prendere in considerazione più soluzioni alternative per essere certi che quella che adotteremo – o stiamo adottando – sia quella ottimale. Dal punto di vista della trasparenza solo se sono chiariti e formalizzati gli obiettivi, gli strumenti e risultati attesi, è possibile che una strategia d’azione sia sottoposta alla valutazione dei cittadini.

Entrando nel merito di questo thread, mi preme sottolineare che difficilmente un problema complesso si può risolvere con una soluzione semplice, in questo caso la vaccinazione di massa, costi quel che costi. È altamente raccomandato invece che una strategia d’azione sia costituita da una serie integrate di misure, organicamente legate tra loro.

Il desiderio di risolvere tutto con quella che in gergo viene chiamata la pallottola d‘argento, cioè una misura unica e decisiva, è condiviso da chi decide – e vuole legittimare il suo ruolo – e da chi esegue – il quale vuole liberarsi di ogni pensiero, delegare e continuare a vivere tranquillamente.

Ma non è detto che funzioni.

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Qual è l’obiettivo?

Nelle fasi inziali della pandemia, sembrava che l’obiettivo della strategia di contenimento dei governi di tutto il mondo fosse “flatten the curve” cioè fare in modo che il numero di pazienti trattati per Covid19 non eccedesse una data soglia che avrebbe impedito una normale gestione ospedaliera. Considerando come tenere le persone distanziate riduca la diffusione del virus e di conseguenza gli ammalati che hanno bisogno di cure in ospedale, lo strumento individuato per evitare tutto questo fu il lockdown[1].

Questa strategia non è mai stata formalizzata[2]. Se lo fosse stato, sarebbe stato evidente che in Italia lo strumento (il lockdown) non era concepito per raggiungere l’obiettivo (ridurre le ospedalizzazioni), almeno non sempre e ovunque[3].

Non tutte le regioni italiane presentavano infatti lo stesso numero di contagiati e ospedalizzati né era uniforme il numero di posti in terapia intensiva per abitante. Venne invece utilizzato dovunque lo stesso strumento, a Bergamo come a Siracusa, in grandi città come in alta montagna. Fu così che si fermarono attività economiche e sociali dove il tasso di contagiati giornalieri era dieci, cento, mille volte inferiore a quello di alcune province italiane in cui gli ospedali erano già drammaticamente in crisi.

Nella pianificazione strategica la corretta individuazione dell’obiettivo è lo snodo concettuale più importante nella definizione di una strategia d’intervento. L’obiettivo deve essere SMART che è l’acronimo di specific, measurable, achievable, relevant, time bound. Per chi non ha dimestichezza in queste cose significa che un obiettivo deve essere ben circostanziato e descritto (S), deve dunque essere corredato da strumenti e tecniche in grado di misurare se lo si stia raggiungendo o meno (M), che sia fattibile (A), per esempio guardando a cosa è accaduto in passato o in ambiti simili, che sia in grado di risolvere i problemi che si sta tentando di affrontare (R) e che sia pensato per essere raggiunto in una lasso di tempo predefinito (T).

Solo quando una strategia è contraddistinta da un obiettivo ben individuato è possibile entrare nel merito della sua efficacia sia dal punto di vista generale che delle sue parti, soprattutto nei nessi logici che intrattengono i mezzi con i fini, l’analisi del problema con la sua soluzione.

In democrazia, la strategia che un governo intende perseguire per la soluzione di un problema – a maggior ragione se si tratta di una grande emergenza nazionale – deve essere sempre chiara ed esplicita. Non c’è in ballo solo il tema dell’efficacia ma anche della trasparenza come del consenso. Se è indubbio che solo degli esperti possono proporre delle soluzioni a fronte di un’analisi del problema, il criterio di scelta della soluzione ottimale, compresa l’allocazione dei costi e dei benefici come dei rischi e delle opportunità, deve sempre essere resa chiara e comprensibile a tutti.

Questo aspetto ha una duplice rilevanza. Innanzitutto chi prende le decisioni deve rendere conto del proprio operato sia ex ante che ex post per garantire verifiche e controlli adeguati[4]. In secondo luogo, il successo di una strategia d’azione è legato anche al grado di partecipazione con cui la strategia è stata messa a punto e dal consenso che è in grado di riscuotere, a molteplici livelli.

 Nel caso della pandemia da coronavirus queste condizioni non si sono verificate sin nelle fasi iniziali e continuano a non verificarsi oggi che, nel corso del 2021, dallo strumento lockdown, prima generale e poi parziale, si è passati all’utilizzo dello strumento vaccino.

Oggi, come un anno fa, ciò che non è assolutamente né chiaro né intellegibile è se l’obiettivo della campagna vaccinale italiana sia azzerare la circolazione del virus o portare le ospedalizzazioni verso una soglia accettabile, anche in caso di nuove ondate, o altro ancora.

Questa indefinizione dell’obiettivo si percepisce in ogni dimensione: non è dato sapere quanti e che tipologia d’italiani (fasce d’età, contesti professionali etc.) si punti a vaccinare (S); quali siano gli indicatori da prendere in considerazione e le fonti dei dati per verificare l’avvicinamento al target (M); se questo risultato sia fattibile alla luce della disponibilità di dosi, di capacità di intercettare la popolazione da vaccinare etc. (A); quanto il raggiungimento dell’obiettivo specifico sia rilevante ai fini della ripresa della vita economica e sociale pre-pandemia (R), in quali tempi si intende raggiungere l’obiettivo o, detto altrimenti, quando si dichiarerà conclusa la campagna vaccinale e sarà possibile ritornare ad una vita senza restrizioni (T).[5]

In questo contesto indefinito ed opaco dell’azione di governo – che non può essere giustificato con l’emergenza visto che in altri paesi nelle nostre stesse condizioni, la strategia è stata formalizzata molto meglio, si veda, per esempio, il caso della Gran Bretagna – s’inserisce da poche settimane la questione del green pass.

Nato come strumento per muoversi all’interno dell’Unione Europea ed evitare quello che era accaduto lo scorso anno, cioè che ogni paese membro adottava misure differenti per concedere di entrare nel suo territorio, in Francia e in Italia è diventato poi il lasciapassare per accedere in alcuni luoghi, mezzi di trasporto o per esercitare alcune attività all’interno dei confini nazionali.

Considerato come il vaccino non impedisca né di contagiarsi né di contagiare, che non sia ancora chiaro in quale misura riduca la probabilità di contagio a causa delle continue mutazioni del virus, che è ormai chiaro l’assoluta equivalenza in termini di trasmissibilità del virus tra vaccinati e non vaccinati[6], la ragione di un simile provvedimento va rintracciata solo nello spingere le persone non ancora vaccinate a vaccinarsi, senza introdurre un obbligo di legge ma rendendo difficile e deprivata la vita dei non vaccinati.

Senza entrare nella complessa questione giuridica se tutto ciò sia legittimo dal punto di vista del rispetto dell’art.32 della Costituzione, se non sia più opportuno un obbligo vaccinale al posto di una cosiddetta “spinta gentile” che, a parer mio, gentile non è affatto, ciò che voglio sottolineare è che, ancora una volta, il Governo sta utilizzando uno strumento in termini indifferenziati senza aver chiarito e sottoposto a valutazione quale obiettivo stia perseguendo.

A riprova di questa tesi, uso come esempio il tema della vaccinazione dei minori, tema che sto vivendo personalmente con angoscia, avendo due figli, uno di 15 e un’altra di 14 anni.

Senza green pass i miei figli non potranno fare sport o viaggiare, obbligheranno i compagni di classe vaccinati ad indossare comunque la mascherina durante le lezioni quando riprenderà la scuola e, già da qualche settimana, non possono mangiare in un ristorante al chiuso con papà o mamma vaccinati, così come non possono andare al cinema o a un concerto, anche se all’aperto.

Io non riesco a comprendere il motivo di un enormità simile.

Come sappiamo oramai con molti dati a disposizione, più si è giovani e più si riduce il rischio di avere conseguenze gravi dal Covid19. La soglia per cui la letalità inizia a fare un salto di uno o più ordini di grandezza è i 50 anni. Se si osserva il numero dei decessi e dei decorsi gravi del Covid19 per i minorenni, in Italia siamo nell’ordine di qualche decina nell’arco di due anni di pandemia che ha mietuto oltre 130 mila vittime. Si tratta dunque di un numero irrisorio e che conta al suo interno soggetti con gravi patologie, estremamente fragili.

Se l’obiettivo della campagna vaccinale italiana è quello di ricondurre il Covid19 agli effetti di un’influenza stagionale, cioè una patologia che il sistema sanitario è in grado di affrontare senza che subentri alcun tipo di emergenza, il rischio di inoculare un farmaco ad un soggetto sano con probabilità pressoché nulle di ammalarsi non ha alcun senso.

Non ha senso dal punto di vista individuale, visto che il vaccinato correrebbe inutilmente i rischi degli effetti collaterali di un trattamento farmacologico, in particolare se utilizzato su larga scala solo da pochi mesi[7]. Non ha senso dal punto di vista collettivo, perché non sono i giovani, tanto meno quelli in età scolare, che riempiono le corsie degli ospedali e le terapie intensive, dunque non sono loro (a meno che non siano soggetti fragili) che mandano in crisi il sistema ospedaliero.

Ora è probabile che non abbia capito che in realtà l’obiettivo della campagna vaccinale debba necessariamente essere un altro. Per quanto che ne so io, potrebbe anche essere efficace e opportuno fare come dichiarato in Nuova Zelanda, puntare all’eradicazione del virus, il cosiddetto ZERO COVID target, motivo per cui il paese si ferma completamente anche in caso di un modesto focolaio e che i confini del paese siano chiusi ermeticamente[8]. In questo quadro, o in altri, non lo so, la vaccinazione dei miei due figli potrebbe avere quel senso che oggi fatico a comprendere e dunque condividere.

Ma come cittadino e come padre che deve prendere delle decisioni ed assumersi delle responsabilità non sarebbe oramai giunto il momento che io conosca e comprenda quale sia l’obiettivo della campagna vaccinale decisa dal Governo? Considerando la pervasività delle regole che si stanno adottando è troppo pretendere che queste siano ancorate a una strategia generale chiara nelle sue premesse e chiara nei risultati che si prefigge di ottenere? E ancora, su temi di questa rilevanza non è forse il Parlamento il luogo più adatto per spiegare al Paese quali soluzioni si stanno adottando e soprattutto per quale motivo lo si stia facendo[9]?



[1] Nota del 25/8/2021 – In realtà lo strumento vero e proprio è il distanziamento sociale e fisico che poi assume diverse forme: il lockdown totale che abbiamo sperimentato nel 2020 in Italia ma anche il coprifuoco, l’ingresso contingentato in alcuni spazi, la chiusura di alcune attività specifiche… Il principio che si adotta in questi casi è la riduzione del rischio, in un’ottica costi-benefici. Per esempio si permette alle persone di prendere un treno se pur con un affollamento pari o superiore a quello di un cinema che invece resta chiuso, assumendo che la prima attività, dal punto di vista di sistema, sia più necessaria dell’altra.

[2] Nota del 25/8/2021 – Per formalizzata, come scrivo più avanti nel testo, intendo con una lettura dello scenario, l’individuazione dell’ambito d’azione, la definizione di obiettivi e la predisposizione di una serie di misure in grado di raggiungere gli obiettivi, con un sistema di monitoraggio costituito da indicatori e target…

[3] Perché non è stato adottato il lockdown nelle sole Province/Regioni in cui gli ospedali erano in crisi e impedire lo spostamento da e per queste zone? Perché non è stata immediatamente avviata un’indagine a campione (con i pochi tamponi a disposizione) per cogliere lo stato di diffusione del virus prima di adottare misure indifferenziate?

[4] Nota del 25/8/2021 –  Mi è stato insegnato che la democrazia, al di là di aspetti etici e morali, nel tempo è un sistema più efficace di altri perché permette che non vi siano “uomini soli al comando” che possano compiere errori clamorosi.

[5] Nota del 25/8/2021 –  Sul sito del Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, si leggono i diversi comunicati da cui non è assolutamente desumibile alcuna strategia. Il comunicato del 24 agosto, per esempio, ci informa sul numero di vaccinazioni effettuate e sulla fattibilità del target dell’80% di vaccinati sopra i 12 anni, entro il 30 settembre. Ma la vaccinazione è un mezzo non un obiettivo. Sappiamo, per esempio, la disaggregazione per fasce d’età delle persone da vaccinare? Eppure la letalità e il rischio di ospedalizzazione è molto diversa, soprattutto per fasce d’età ma anche per caratteristiche socio-demografiche. Se, per assurdo, ottenessimo il 100% dei vaccinati sotto i 40 anni e il 60% dei vaccinati per gli over 50, per quello che sappiamo, alla prossima ondata – e con una variante con una maggiore letalità risetto alla Delta – ci troveremmo esattamente nelle condizioni di non aver “piegato la curva” né eradicato il virus…

[6] Nota del 25/8/2021 –  Nel caso di una strategia SMART sarebbe necessario formalizzare, nero su bianco, il tasso di riduzione del contagio cui s’intende riferirsi (S) e se possibile corredarlo di dati che ci rassicurino sulla sua fattibilità (A). In termini generali possiamo osservare che la diffusione del contagio è avvenuta in questi ultimi 3 mesi, in ogni paese del mondo, con un trend del tutto simile al passato, anche in presenza di un’alta percentuale di vaccinati. Se il vaccino viene utilizzato con l’obiettivo di ridurre le ospedalizzazioni e i decessi – e non per evitare il contagio e la trasmissibilità del virus – dovremmo  formalizzare a quale riduzione tendiamo e verificare la fattibilità dell’obiettivo. Ad oggi, si osserva che per gli over 50 in UK, l’incidenza dei ricoveri si riduce del 50% e questo in termini relativi. Questo basta per ridurre i carichi ospedalieri? Se si prendono in considerazione i numeri assoluti, cioè tenendo conto che oggi i vaccinati sono più dei non vaccinati, emerge che il numero delle persone vaccinate in ospedale è la grande maggioranza e il trend delle ospedalizzazioni potrebbe seguire lo stesso andamento che è stato osservato in passato.

[7] Nota del 25/8/2021 – La maggioranza delle persone si fida del vaccino alla pari di altri trattamenti prescritti da un medico. Per molti iniettarsi i diversi tipi di vaccino equivale a sottoporsi a un trattamento di antibiotici. Perché no? Perché preoccuparsi? Si vuole forse sospettare che le strutture preposte alla salvaguardia della nostra salute siano in malafede impreparate o peggio, in malafede e al soldo di qualcuno?  Per quello che mi riguarda, ho già visto compiere degli errori marchiani dai cosiddetti esperti e credo nel cosiddetto principio di precauzione: quando non se ne sa abbastanza si cerca di limitare, per quanto possibile, i potenziali danni di questa carenza d’informazioni. Nel mio caso, avendo una ragionevole certezza che i miei figli non corrono nessun rischio dal Covid-19 mentre non mi sono chiari i vantaggi del fatto di vaccinarsi, sia dal punto di vista individuale che collettivo, preferisco non fare niente ed attendere che vi siano maggiori informazioni al riguardo.

[8] Nota del 25/8/2021 – Si guardi alle misure adottate proprio gli scorsi giorni: in presenza di 150 casi accertati in termini cumulativi e a fronte di una popolazione di 5 milioni di abitanti, la Nuova Zelanda è in lockdown.

[9] Nota del 25/8/2021 – Da troppo tempo ormai il ruolo del Parlamento si manifesta solo nel momento in cui si converte in legge la decretazione d’urgenza, con una congerie di emendamenti apportati da quella o quell’altra fazione che intende difendere gli interessi di quella o quell’altra categoria. Questo significa che il ruolo del Parlamento si manifesta solo in termini formali, marginali, e non sia più realmente al centro del funzionamento istituzionale, posizione invece occupata dal potere esecutivo, dalle diverse “cabine di regia”, dalle circolari ministeriali e, recentemente, dalle FAQ.

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Cosa dire del PNRR?

Di seguito riporto una parte dell’intervento del Capogruppo della Lega alla Camera Molinari (link all’intervento completo dal minuto 4 al minuto 5) riguardo alle scelte di fondo che sono state fatte dal Piano su mobilità e trasporti. Non avrei saputo sintetizzarle meglio.

apprezziamo il fatto che un tema divisivo come l’alta velocità, sia invece apprezzato ora tutto il parlamento come principale motore di sviluppo del paese, ditemi se non è una novità questa il fatto che sulle infrastrutture si punti tutto sulla Tav, sul terzo valico dei Giovi, sulle infrastrutture veloci, sulla logistica. Un tema che ha bloccato per anni in Parlamento oggi la carta con cui ci presentiamo in Europa scegliamo di investire sull’alta velocità per collegare il Sud al resto del Paese per far sì che il gap infrastrutturale venga colmato e per far sì che il gap che il Nord con le aree più industrializzate d’Europa venga colmato e le risorse che libereremo perché le ferrovie inserite in questo piano sono ferrovie già finanziate da fondi statali e le risorse che libereremo serviranno per quelle altre opere che i nostri amministratori locali aspettano e per quelle altre opere viarie che servono per adeguare la nostra viabilità anche su gomma.

 

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