Sull’intervento agli Arconi del Soprammuro (antefatto)

Nelle ultime settimane a Perugia c’è stata un po’ di polemica sull’intervento architettonico all’interno dei voltoni quattrocenteschi del complesso del Soprammuro. L’intervento non mi piace affatto e per molte ragioni che attengono, però, a diversi piani di ragionamento.

Il primo riguarda la visione generale della città sotteso a questo intervento o meglio la sua debolezza. Per questo ripropongo qui cosa avevo scritto nel 2012, quando il Project Financing di Nova Oberdan venne accantonato dal Comune di Perugia e dall’allora Sindaco Wladimiro Boccali. Il senso della riproposizione di quegli interventi è quello di inquadrare le vicende di oggi alla luce di in una lettura delle vicende urbanistiche che riguardano il recente passato della città.

Il secondo piano di ragionamento riguarda il progetto urbano, o meglio la sua totale assenza, in cui l’intervento è collocato. Gli interventi agli Arconi, il Mercato Coperto, il nuovo ascensore delle Conce sono tutti interventi che si trovano a poche decine di metri tra loro e dal centro storico propriamente detto. Esiste un progetto d’insieme? A me non sembra proprio e i risultati si vedono e si vedranno ancora di più nel futuro. A Perugia, questo problema è “atavico” e una costante di in ogni intervento dal dopoguerra ad oggi (per gli addetti ai lavori: ma a Perugia è vietato l’utilizzo della scala 1:500, 1:1000, 1:2000?).

Il terzo piano del ragionamento riguarda invece proprio il progetto su cui ci si accapiglia di recente. Non è una questione di gusti (sgombriamo il campo dalle banalità) ma una questione di come si interviene negli edifici storici, vale a dire qualche cosa su cui è possibile confrontarsi in termini programmatici e oggettivi. Poi, ovviamente vengono le scelte progettuali…

Comunque, questo vaste programme inizia con una breve riassunto delle puntate precedenti.

Mercato Coperto: un ciclo si chiude
Apparentemente, dopo la decisione del Comune di ieri, ciò che è stato messo in soffitta è un progetto immobiliare troppo ambizioso. In realtà, credo, ci sia di più e per comprenderlo è necessaria una digressione storica e tecnica. Alla fine degli anni ’90 con la decisione di realizzare il minimetrò, il Comune intende riproporre la formula di successo delle scale mobili alla Rocca Paolina. In realtà questa possibilità non è già più nelle cose perché l’assetto complessivo della città è completamente cambiato. Mentre alla fine degli anni ’70 le scale mobili ed i parcheggi intorno alle mura costituivano un modello di trasporto innovativo ma pur sempre per soddisfare l’antica necessità di accedere al centro della città, il minimetrò fa capolino quando è ormai necessario (re)suscitare quest’esigenza. Quella decisione viene però comunque presa con la speranza che il minimetrò non solo possa trasportare persone ma contribuisca a generare domanda di mobilità e in questo modo salvaguardare la centralità dell’acropoli. Sottesa a quella decisione vi è la convinzione che il modello di intervento adottato con successo nel passato sia ancora valido, come lo sia l’obiettivo di fondo di quella strategia: la conservazione del centro storico.  Nell’arco di questi ultimi quindici anni, ciò che è accaduto ha contraddetto tutte le aspettative che erano legate a quel disegno originale. La città nuova si è allargata a dismisura, il minimetrò non trasporta i passeggeri attesi ed il centro storico vive uno dei suoi momenti più difficili: aumenta l’incuria, chiudono le attività economiche, prosegue lo spopolamento ora anche della popolazione studentesca. Unico segnale in controtendenza del fatto che ad un’azione corrisponda la retroazione attesa è stato il progetto del Mercato Coperto, presentato nel corso del 2006 da Nova Oberdan. Ne sono diretto testimone, questo progetto non nasce dentro Palazzo dei Priori ma nel mondo dell’imprenditoria privata come un investimento immobiliare in un momento in cui il mercato tira come una locomotiva, la bolla, si dirà poi.  Questo progetto comportava che, dopo 30 anni, per la prima volta una funzione urbana importante, invece di spostarsi dal centro in periferia, sarebbe restata dov’è e incrementata di molto. L’opportunità è creata certamente dall’esistenza di un sistema di trasporto realizzato con denaro pubblico e dalla proprietà pubblica delle aree ma questa scelta localizzativa, assolutamente in controtendenza, si regge sul capitale privato. Un segnale importante, dunque, che avrebbe dovuto esser colto in tutto il suo valore sia concreto che simbolico con una molteplicità di implicazioni di cui verranno colte però solo quelle pregiudizialmente negative. Un segnale da sostenere, da tenere da conto come una possibilità, forse l’ultima, di imprimere una direzione, un sussulto, ad una decadenza del centro storico che sembra oramai avere la strada segnata. In realtà, da subito questo progetto riceve unanimi critiche dal mondo ambientalista e proprio da quelle associazioni che si occupano della tutela della vita del centro storico. Una levata di scudi contro una parola, anzi due: centro commerciale.  Il Comune, dopo un iniziale sostegno all’iniziativa, ha sempre proceduto con grandissima cautela, determinando un iter di approvazione a prova di qualunque contestazione formale ma molto lento e farraginoso. Poi è subentrata la crisi economica, lo sfilacciamento della compagine privata, la stanchezza e la sfiducia sino all’epilogo di questi ultimi giorni che non era scontato ma in larga parte atteso. A chiudere, comunque, è il Comune e questo assume un significato simbolico. Archiviata l’idea di un importante polo commerciale al Mercato Coperto ed archiviata la linea 2 del minimetrò, ad essere definitivamente messo in soffitta  è un modello di intervento, un intero orizzonte di trasformazione codificato nei lontani anni ’70. Un modello imitato, spesso poco compreso in profondità, anche qui dove è stato messo a punto ed applicato con successo per molti anni. Si chiude un ciclo e, con esso, un’epoca.

Intervista al Sindaco Boccali in cui si risponde (anche) alle mie osservazioni

[N-UMBRICRONAC - 7]  NAZIONE/GIORNALE/UMB/33 ... 11/04

Vengo da marte (ma in realtà vivo a Via Birago).
Caro Sindaco Boccali, è sintomo di saggezza e umiltà guardare alle cause, non alle colpe né alle responsabilità, e imparare dal passato. Il fatto che Lei si assuma l’onere di non avere fatto tutto per creare il clima giusto per la valutazione del progetto Mercato Coperto è molto apprezzabile ma non coglie il nocciolo del problema. Vorrei iniziare dalla Sua conclusione che spiega molto dell’oggi, di ieri e conseguentemente del domani: viene da Marte chi pensava di farsi sostenere un progetto con 10 milioni di soldi pubblici….. Di più, quando tratteggia un’ipotesi per il futuro, Lei traccia un perimetro i cui vertici sono: zero finanziamento pubblico, centralità  delle funzioni di mercato  e  parcheggio, ricerca di progetti imprenditoriali basati sullo sfruttamento delle aree e degli edifici pubblici. Ecco, io ritengo che il progetto Mercato Coperto sia fallito proprio a causa dell’esistenza e persistenza di questo quadro di riferimento. E’ a queste condizioni che il progetto non stava in piedi ed alla fine, non ha caso, non c’è stato. Qualche cosa di più, dunque, di un clima di incomprensione e discordia non proprio gestito al meglio. Quello che è accaduto è invece l’esito, per me scontato da tempo, di scelte politiche, tecniche ed amministrative. Scelte magari obbligate ma, visti i risultati, evidentemente non in grado di consentire di portare in porto un progetto che, lo ripeto, aveva la riqualificazione del Mercato Coperto come strumento e non come fine. L’obiettivo più importante e di lungo periodo era la permanenza, tramite la sua espansione e modernizzazione, della funzione commerciale nell’acropoli. Assicurare che ciò accada è in ogni caso necessario, mi viene da dire vitale, ed occorre un piano B che, per avere possibilità di successo, non può partire dagli stessi vincoli cui era sottoposto il progetto precedente. Due piccole note al margine, una paradossale, provocatoria e “terrestre”, l’altra un po’ impertinente. Se il patrimonio pubblico presente nell’area del Pincetto possiede quel rilevante valore economico tale da innescare la convenienza di un investimento privato  senza risorse pubbliche aggiuntive, perché allora non venderlo al migliore offerente? Autorizzazioni e progetto, in fondo, già esistono…

E’ così sicuro che, anche di questi tempi, i finanziamenti pubblici provengano solo da Marte?  Bruxelles è così lontana?

 

 

FacebookTwitterLinkedInEmailGoogle GmailBookmark/Favorites

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.